Con Luigi Chiarella (Yamunin) ci eravamo incrociati su Twitter, quando era ancora un posto decente, nonostante fosse un social media commerciale. Ci dovevamo anche vedere a Vienna, in una calda giornata di luglio di qualche anno fa, quando ero di passaggio in Austria per poco tempo, ma quel giorno aveva lasciato il telefono a casa ed era a lavoro, quindi ci siamo sfilati. Non ho però perso l’occasione della presentazione del suo libro a Labàs, a Bologna. Poi, nei giorni successivi, il suo libro ha preso il posto del lavoro nelle mie giornate, in cui avrei soprattutto dovuto preparare le bozze degli ultimi interventi a conferenze per questa mia carriera accademica che è partita molto bene ma alla fine non è mai decollata. Invece che letture critiche del digitale, della relazione tra artificialità e superficie e delle ipotesi sul futuro della scrittura al tempo dei modelli linguistici, sono finito dentro il mondo dei ristoranti italiani a Vienna, un girone infernale in cui, nonostante tutto, c’è chi riesce a sorridere, a stringere alleanza solidali, a sottrarre un po’ di quella ricchezza che continua a essere trasferita verso l’alto, in un mondo in cui sempre meno hanno i portafogli sempre più gonfi, case più grandi, consumi di lusso e tutti gli altri si dividono il (poco) resto che rimane.
E ho pensato che Risto Reich è il racconto di un mondo del lavoro, quello della ristorazione, che si fa narrazione di tanti, forse tutti i mondi del lavoro, per come continuano a peggiorare in un periodo storico in cui le risorse finanziarie vengono dirottate sulle armi e si continuano a smantellare lo stato sociale, i diritti, le possibilità. Pagina dopo pagina, nella nitidezza della scrittura e nel coinvolgimento ben costruito della narrazione, mi rendevo conto che il libro di Luigi Chiarella racconta quello che, di solito, non vogliamo vedere: quello che sta dietro, il funzionamento della macchina che macina vite e risorse e produce consumo, gli ingranaggi che tritano le nostre giornate, il nostro tempo, le nostre energie per paghe spesso talmente magre da non tenere nemmeno a bada l’inflazione. Ingranaggi all’opera 24 ore su 24, sempre più veloci, in ogni settore.
E visto che le ore che stavo dedicando alla lettura erano sottratte alla produzione accademica (un lavoro che per me, al momento, non è nemmeno retribuito), a ogni scena in cui lo sfruttamento e l’arroganza dei padroni è messa in evidenza in tutta la sua sfacciata violenza, era come se vedessi, in ombra della narrazione, il “publish and perish” dell’università neoliberale, i burnout e i suicidi di professori e studenti, la precarietà costitutiva, sfiancante, interiorizzata di tante ricercatrici e di tanti ricercatori che cercano di andare avanti nonostante i tagli, la violenza sistemica dei paradigmi economici applicati alla conoscenza e all’istruzione, il disprezzo per l’approfondimento e la lettura critica della realtà che abbiamo intorno. Poi, allargando lo sguardo, ho pensato agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, a chi lavora nel turismo, nell’agricoltura, negli ospedali e nel sociale, allo sfruttamento criminale di tutte quelle persone che, con ogni meteo, consegnano a casa a persone pigre i pasti che ordinano senza muoversi dal divano digitando sul loro smartphone, a questo correre costante per stare a galla in una società che accelera solo per concentrare ancora di più le ricchezze in alto, tirando fuori sempre nuove leggi repressive per contenere la rabbia che sale dal basso, ogni volta che questa riesce a smarcarsi dalle distrazioni consumistiche e cognitive sempre più pervasive, a portata di polpastrello. E mi sono tornate in mente alcune parole di Pier Vittorio Tondelli che, a metà degli anni Ottanta, raccontava di Londra, dove osservava la vita dei migranti che lavoravano nelle cucine e tra i tavoli dei fast food:
Che cosa sta facendo questo vecchio, decrepito continente al Terzo Mondo? Questo popolo di pirati e di beoni rissosi alle sue ex colonie, ai suoi ex sudditi, a chi ha piegato con la frusta e la violenza dopo averlo depredato e sfruttato? Con quale ipocrisia l’europeo impone regole e comportamenti come se i valori fossero ancora dell’Occidente quando invece tutto dimostra il contrario? Qual è la ragione per cui da ogni angolo del mondo i più disgraziati, i più poveri, i reietti della storia, le valanghe di straccioni, le orde di pezzenti e di mendicanti invadono le città dovendo addirittura scimmiottare, per integrarsi, di essere educati, perbenisti, ipocriti come tutta intera la middle class europea? (Pier Vittorio Tondelli, Camere separate)
Sono passati quarant’anni da quando PVT ha scritto queste righe e mi pare chiaro che le cose non siano cambiate in meglio, anzi.
Continuo a leggere, schivando i pochi impegni accademici che mi restano e che affronto con stanchezza e scarsa motivazione. Lasciano la bocca e il cervello amari, le pagine di Yamunin, ma fanno salire anche una rabbia viscerale, tumultuosa, calda, che cerca la complicità e la solidarietà di chi si ritrova dalla stessa parte perché ha scelto da che lato stare di questa Linea Gotica che è il presente a livello globale. C’è però un’altra cosa che s’attacca addosso durante la lettura, la senti che pizzica sotto pelle e alla bocca dello stomaco e agita i nervi, facendo vibrare irrequieti i pensieri e muovere intorno gli occhi, sempre allerta: l’ansia. Quella che ti sale su dall’incertezza costante, dal vivere precario a cui continuiamo a dirci che ci siamo abituati ma lo facciamo solo per necessità, perché non riusciamo mai a portarci a casa una stabilità e, anche se arriva, è sempre temporanea. L’ansia dell’aspettare un contratto nuovo, della burocrazia che si mangia tempo e soldi, della partita IVA che non sai se aprire o che apri o che decidi di no ma magari poi perdi del lavoro. A ogni rifiuto, a ogni licenziamento, a ogni sopruso raccontato dal protagonista di Risto Reich stiamo male un po’ anche noi: segno non solo che la narrazione funziona molto bene, perché arriva dritta addosso, ma anche del fatto che quei rifiuti, quei licenziamenti, quelle fatture non pagate, quel lavoro in nero sono (o sono stati) esperienze che abbiamo vissuto, a partire dal nostro diventare adulti in un mondo forse diverso da quello che ci aspettavamo una trentina di anni fa, quando avevamo ancora poca esperienza e molti sogni. Ma se c’è disillusione sul funzionamento del sistema in cui siamo incastrati, in queste pagine, questa si accompagna sempre alla lucida consapevolezza che è necessario non smettere di combattere, nonostante tutto, anche se alla fine non vinceremo noi. Ed è per questo che il protagonista non tace, di fronte alle ingiustizie e, se proprio lo fa, manda a mente: condivide, cospira, reagisce, costruendo solidarietà e complicità, a volte anche con un pizzico di magia.
La narrazione è, poi, una scientifica dissezione del nostro vivere in società: il cibo dice tantissimo su chi siamo e come siamo ma altrettanto rivelatori sono i comportamenti delle persone, quelle che si sentono di avere il potere di trattare ammerda i camerieri e le cameriere (e per queste ultime, in un modo maschilista e patriarcale, è sempre più dura), semplicemente perché stanno pagando, perché gli va, perché “tu non sai chi sono io”. Certe scene fanno prudere le mani. Senza pensare alla foodificazione, ai programmi TV dedicati, all’Italia che campa su una tradizione inventata, al cibo come distrazione di massa con lo zampino della P2),
E poi, ancora, il correre, non solo quello reale dei passi di cameriere e camerieri nei ristoranti, ma anche quello mentale, costante, del nostro pensare fare desiderare, l’ansia del tempo che non c’è perché è quasi tutto da dedicare al lavoro, che non paga mai abbastanza, in un circolo vizioso, come il correre sui tapis roulant o sulle biciclette statiche in palestra, senza andare da nessuna parte: dettagli, momenti, comportamenti su cui l’occhio penetrante di Chiarella si sofferma, per restituire pagine che risuonano pienamente nel sentire di me che leggo, schivando ancora per un pomeriggio un lavoro che sto per lasciare: pausa, tregua che mi concedo per essere improduttivo, blocco di sistema, per fermarmi e leggere queste storie e cogliere la bellezza e la potenza di queste parole, di uno sguardo altro e condiviso, per osservare questa umanità irrequieta, di cui anche io sono parte, con una prospettiva allargata, empatica, umanissima, per “spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni” (p. 353).
Luigi Chiarella, Risto Reich. Il lavoro del cameriere, Alegre, 2025.
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